Di rabbia e compassione …

Nel post Di rabbia e di altre emozioni concludevo dicendo che mi ci sono voluti molti anni per elaborare la rabbia e far emergere dalla mia esperienza emozioni più positive.

Oggi ho visto un video divertente, pubblicato da Internazionale, su come mantenere la calma con le persone irritanti e mi sono ricordata che, prima del cancro al seno, era una delle cose che mi riusciva più difficile.

Come mai sono cambiata? vi chiederete …

… ho imparato cosa è la compassione.

Ma andiamo per ordine. Quello che racconta il video è come comprendere – razionalmente – il motivo per cui una persona si sta comportando in modo tanto irritante e realizzare il fatto che, probabilmente, lo sta facendo a prescindere dalla persona che ha davanti. In altre parole, non è un attacco personale. E una volta che lo abbiamo compreso, disinnescare il principio di rabbia che ci sta prendendo.

Per comprendere l’azione di un’altra persona è necessaria quella che chiamiamo empatia: secondo l’enciclopedia Treccani – Capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro.

È interessante però comprendere che possono esistere diversi tipi di empatia. Daniel Goleman, lo psicologo noto a livello internazionale per i suoi studi sull’intelligenza emotiva, di cui l’empatia è una componente fondamentale, ne individua tre:

  • l’empatia cognitiva, ovvero la capacità di comprendere la prospettiva di un’altra persona. È la capacità alla base dei rapporti sociali
  • L’empatia emotiva, ovvero la capacità di sentire ciò che qualcun altro sente.
  • La preoccupazione empatica (empathic concern), ovvero la capacità di percepire ciò di cui un’altra persona ha bisogno da voi.

Goleman ha studiato come sviluppare la propria intelligenza emotiva, a partire dall’empatia, e come questa migliori l’efficacia della leadership, consentendo un migliore ascolto e la comprensione delle idee e delle istanze che vengono dal basso.

Tuttavia Goleman ha un’altra prerogativa interessante, è amico da più di trent’anni del Dalai Lama ed ha contribuito in maniera rilevante ad avvicinare il pensiero scientifico occidentale al pensiero orientale, raccordando il concetto di empatia a quello di compassione.

In una intervista rilasciata ad HBR, Goleman afferma che la compassione porta l’empatia a fare un ulteriore passo in avanti: compassione è quando non solo condividiamo l’angoscia di qualcun altro in difficoltà, ma siamo mossi spontaneamente ad aiutarlo, se necessario. Molto simile a quello che un genitore sente per il proprio figlio, ma estesa a tutti coloro che fanno parte della nostra vita o che incontriamo, anche se non esiste un legame (un attaccamento) per queste persone. Una disposizione positiva verso un’altra persona, che crea il tipo di risonanza su cui si basa la fiducia e la lealtà e che rende armoniche le interazioni.

In una intervista rilasciata a L’Espresso, lo stesso Dalai Lama dice: «La compassione, per come la intendo e per come la intende il Buddismo, non è un sentimento astratto ma una dimensione della mente. È una concreta, positiva disposizione dell’essere umano nei confronti di tutti i suoi simili e di questo piccolo pianeta che è l’unica casa che possiamo abitare…».

La compassione, per il Dalai Lama, è universale, può e deve quindi essere rivolta anche verso noi stessi.

A che scopo? «Penso che l’ira, l’aggressività, la rabbia, siano sentimenti negativi che, a livello individuale, ostacolano la crescita interiore dell’individuo e a livello sociale sono sempre forieri di sviluppi negativi e drammatici… Il modo migliore per contenerli e modificarli positivamente presuppone lo sviluppo di un forte, convinto, effettivo senso di compassione universale».

Alcuni concetti forti emergono dalle parole di Goleman e del Dalai Lama. Li hanno sviluppati insieme nel libro: Emozioni distruttive. Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione, Oscar Modadori 2009, che ho avuto la fortuna di leggere durante il mio anno sabbatico, e che sono sintetizzati ottimamente in questa recensione di Antonella Madioni:

  • Le emozioni distruttive, nella filosofia orientale, sono quelle che disturbano il nostro equilibrio interiore, finendo per influire negativamente sul nostro agire. Le emozioni distruttive, più specificatamente la rabbia, il desiderio e l’illusione, oscurano la mente in quanto le impediscono di riconoscere la realtà per quello che è.
  • Esiste una forma d’intelligenza, che Goleman definisce ‘emotiva’, che include la capacità di riconoscere le emozioni distruttive nel momento in cui iniziano a formarsi e che ci permette di comportarci potendo ‘scegliere’, liberi dagli automatismi. Ed è una forma di intelligenza che possiamo apprendere, imparando ad essere più attenti a ciò che proviamo o sentiamo, più ‘compassionevoli’ nei confronti di noi stessi e degli altri.
  • È una buona notizia: se un tempo si pensava al temperamento individuale come qualcosa di rigido, oggi la provata plasticità del cervello ci fa ben sperare, ci conferma che si può imparare a recuperare più velocemente la calma, si può imparare l’ottimismo, l’allegria e la speranza! Insomma il temperamento di un individuo può modificarsi, anche nell’età adulta. Si può imparare ad azionare una zona del cervello mettendo a riposo l’altra. Si può imparare a non diventare schiavi delle emozioni, imparando a riconoscerle nel momento in cui insorgono.

Goleman ed il Dalai Lama sostengono che un modo per arrivare alla compassione universale è la pratica della meditazione, che allena il nostro cervello e ci fa diventare più temperanti.

Ed è quello che è successo a me dopo l’esperienza del cancro al seno.

Ho avuto l’opportunità di prendermi un anno di pausa, di interrogarmi su come volevo impostare da quel momento in avanti il mio percorso, personale e professionale, di “mettere tutto in prospettiva”. Ed oggi – spesso, non sempre – riesco a riconoscere le mie emozioni negative ed a sublimarle in compassione.

Questo post fa parte di un progetto di diffusione di informazioni, legate principalmente al tumore al seno, ed organizzate intorno al mio percorso personale nell’affrontare la malattia, prima, e nel cercare di comprenderne, poi, tutte le sfaccettature. Qui trovate il post di apertura. Contribuite anche voi raccontandomi nei commenti le vostre esperienze.

Prosegue qui

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