Di rabbia e altre emozioni

Ho divagato un po’, e mi auguro che abbiate scorso le pagine dei tanti blog che vi ho segnalato. Se lo avete fatto o se lo farete, scoprirete alcuni passaggi comuni negli scritti di tutt*: nel bene e nel male, con l’esperienza del cancro cambia la percezione della vita.

Il primo cambiamento, per me, è stata la consapevolezza delle mie emozioni.

Come ho già scritto, dopo la prima diagnosi ho fatto scelte molto razionali: uno degli ospedali e uno dei chirurghi più “in voga”, e tuttavia il medico meno empatico che abbia mai conosciuto. Mi sono messa in macchina la mattina del giorno previsto per la prima visita ed ho percorso più di 400km, ho atteso tranquilla che mi chiamasse e poi ho fatto una esperienza abbastanza surreale.

Era come se nella stanza ci fossero due me: la me più razionale che discuteva con il luminare del mio percorso di cura,

che paradossalmente poteva essere diverso a seconda della mia solvibilità:

  • più lungo, chemioterapia neoadiuvante per ridurre la massa tumorale prima dell’intervento (e far passare il tempo in lista d’attesa), e poi intervento
  • più breve, con intervento immediato, in regime di “solvenza”

e la me più emotiva, che era come se guardasse la scena dall’alto e non potesse intervenire.

La me più razionale, ha pensato che, forse, un percorso più breve era più efficace, che comunque la mia assicurazione sanitaria (garantitami dal mio datore di lavoro) avrebbe coperto la maggior parte dei costi e che, in fin dei conti, tolto il dente, tolto il dolore! Mi sono dunque accordata per l’intervento e mi sono rimessa in macchina per tornare a casa.

E durante i lunghi chilometri che mi separavano da casa, al telefono con mio marito al quale raccontavo come era andata la visita, è scoppiata la rabbia.

ero furente contro quel medico e quel sistema,

perché – anche se io ero fortunata – non era giusto che ci fosse una discriminazione sulle cure. Ero furente perché mi sono resa conto che, in qualche modo, era stata lasciata su di me l’intera responsabilità della prima scelta di cura. Ero furente con la me più razionale, che invece di cantargliene quattro, aveva acconsentito a fissare l’intervento.

Oggi so che avrei dovuto avere altri motivi per infuriarmi. So che in una breast unit la paziente viene “presa in carico” da un team di medici e infermieri e che le opzioni di cura vengono discusse in una riunione settimanale del team. So che la decisione sulle cure viene comunicata e discussa con la paziente e si crea una sorta di alleanza medico-paziente che dura per tutto il percorso. O almeno così dovrebbe avvenire.

E so anche che quel giorno ero furente, sì, ma forse il medico non c’entrava niente. ero io che non capivo perché era successo proprio a me!

Solo molti anni più tardi sono riuscita ad elaborare la rabbia ed a far emergere dalla mia esperienza emozioni più positive, ma questa è un’altra storia.

Questo post fa parte di un progetto di diffusione di informazioni, legate principalmente al tumore al seno, ed organizzate intorno al mio percorso personale nell’affrontare la malattia, prima, e nel cercare di comprenderne, poi, tutte le sfaccettature. Qui trovate il post di apertura. Contribuite anche voi raccontandomi nei commenti le vostre esperienze.

Prosegue qui

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