E’ tutto lecito in nome della prevenzione?

Aderisco – a titolo strettamente personale – all’iniziativa STOP PINKWASHING 2015, lanciata oggi da alcune blogger impegnate nel supportare la corretta comunicazione sul tumore al seno e sulla sua prevenzione e cura.

“Spettabile Lega Italiana per Lotta ai Tumori (LILT) Nazionale,

Gentile Ministro Beatrice Lorenzin,

desidero esprimere profondo sconcerto di fronte alla campagna Nastro Rosa 2015, la cui testimonial è una nota cantante ritratta a torso nudo, con le braccia a coprirne in parte i seni. Una posa che rappresenta un salto di qualità, di segno negativo, rispetto alle edizioni precedenti della campagna.

Negli anni passati, infatti, a rappresentarla erano state scelte donne, sempre appartenenti al mondo dello spettacolo o dello sport e non colpite dalla malattia, che, tuttavia, erano state ritratte vestite e in atteggiamenti più consoni al tema. Per l’anno in corso, invece, La LILT ha scelto di avvalersi di un uso strumentale del corpo femminile, offrendo un’immagine sessualizzata della malattia.

Desidero ricordare che solo nel 2012 sono morte di cancro al seno 12.004 donne (dati Istat) e nel 2014 si sono registrate 48.200 diagnosi tra la popolazione femminile del nostro paese (dati Aiom-Airtum).

I programmi di screening si rivolgono alle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni alle quali si raccomanda di effettuare una mammografia ogni 2 anni. La morte per cancro al seno sopravviene a seguito della diffusione dal seno ad altri distretti corporei (ossa, fegato, cervello e polmoni nella maggioranza dei casi).

Cosa ha a che fare l’immagine di una donna chiaramente al di sotto della fascia d’età per la quale sono designati i programmi di screening con la “prevenzione”? Perché concentrare l’attenzione del pubblico sul suo décolleté florido (a cui fanno da contorno gli addominali scolpiti) se il rischio di morte si presenta solo nel caso in cui la patologia interessi altri organi?

Vorrei inoltre focalizzare la sua attenzione sui marchi di noti prodotti di consumo in calce al manifesto che pubblicizza la campagna, fra i quali una nota casa automobilistica. Studi scientifici recenti dimostrano l’elevata incidenza del cancro al seno tra le donne impiegate nella produzione di materie plastiche per il settore automobilistico. Evidenze che hanno portato, nel 2014, l’American Public Health Association a chiedere alle massime autorità sanitarie degli Stati Uniti di porre in essere politiche di prevenzione atte a ridurre drasticamente l’esposizione a sostanze associate al cancro al seno sui luoghi di lavoro.

Per questo motivo, a mio avviso, la campagna di LILT si configura come un caso di pinkwashing, termine con cui si indica la pratica di pubblicizzare e/o vendere prodotti che possono aumentare il rischio di ammalarsi di cancro al seno, attraverso ingredienti e/o processi di lavorazione, collegandoli a campagne di sensibilizzazione o a raccolte fondi per la ricerca. Una strategia di marketing tristemente diffusa, denunciata nel 2011 dal video Pink Ribbons, e che risulta estremamente efficace .

Mi associo pertanto alla richiesta di ritiro della campagna Nastro Rosa 2015 che considero lesiva della dignità e della salute delle donne.”

Chi fosse interessato a consigli sui corretti stili di vita ed una corretta prevenzione secondaria, li trova qui e qui

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