Caro Beppe Grillo …

Sono una delle circa 600.000 donne italiane che hanno ricevuto una diagnosi di tumore al seno e sono tutt’ora viventi. Molte di noi hanno recuperato una buona qualità di vita, alcune di noi stanno ancora affrontando la malattia con una grinta ed una determinazione incredibile, altre di noi, circa 13.000 ogni anno, ne muoiono.

Sicuramente non Le dirò che la differenza fra la sopravvivenza e la morte, nella nostra malattia, la fa la mammografia. Nessuno potrà dirglielo fino a quando tutte le cause scatenanti saranno state indagate e certificate e fino a quando non esisterà una cura definitiva.

Le dico invece che la prevenzione, di cui, dopo i 50 anni, la mammografia è una parte rilevante, la diagnosi precoce e le cure di qualità possono fare la differenza (come spiega qui in maniera egregia la Dr.ssa Alberta Ferrari).

La mammografia contribuisce alle diagnosi precoci e può consentire di arrivare alla diagnosi di tumore quando questo è in una fase iniziale, e quindi di poter eseguire un intervento meno invalidante e spesso di avere una prognosi più favorevole.

Ed il merito di aver fatto tenacemente ricerca e aver dimostrato che anche cure meno invasive possono essere efficaci, quando applicabili, va ad Umberto Veronesi.

Non so quanto Lei sia informato sui programmi di screening mammografico in Italia. Qui può leggere i dati del 2014 (fra i quali il grafico in basso) e troverà una situazione che meriterebbe senz’altro la Sua attenzione: una profonda disuguaglianza fra le donne che vivono nelle regioni del Sud e quelle che vivono nel resto d’Italia.

screening 2014 (Fonte: Osservatorio Nazionale Screening)

Come spiega correttamente qui Livia Giordano, Presidente del Gruppo Italiano Screening Mammografico: “un altro pro degli screening  è che, dove sono presenti, raggiungono tutte le donne, senza discriminazioni sociali od economiche. C’è ancora da lavorare per ridurre la disparità tra Nord, Centro e Sud, ma dove vi sono i programmi, vi è una riduzione nella diversità dell’accesso alle cure. Donne che non farebbero la mammografia accettano proprio perché invitate. E a volte sono proprio quelle categorie a maggior rischio, che così possono avvicinarsi al mondo della prevenzione.

Gli svantaggi sono quelli messi in evidenza dalla polemica (che periodicamente riappare n.d.r.): se si ha il sospetto di un tumore, la donna viene sottoposta ad accertamenti, a una biopsia, per poi magari, fortunatamente, non arrivare alla diagnosi di tumore.”

E qui vengo al punto che mi preme maggiormente fraLe presente.

Decidere se aderire o meno ad un programma di screening o ad un invito alla prevenzione, così come decidere con il nostro medico come procedere in caso di esito sospetto sono decisioni personali, come lo sono per ogni donna tutte le scelte che riguardano il proprio corpo e la propria salute.

Tutte noi abbiamo il diritto di sapere come fare prevenzione e quali percorsi terapeutici possiamo intraprendere e qualunque appello o iniziativa in tal senso è la benvenuta.

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