#25Nov – Creare una cultura di rispetto – partendo dal linguaggio

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Ieri ho avviato una riflessione sul ruolo della cultura nel perdurare di situazioni di violenza di genere. Ed il linguaggio – e gli stereotipi che produce – sono uno degli strumenti che contribuiscono a consolidare o cambiare la cultura di una comunità. Ma andiamo per ordine.

Oggi è previsto a Roma un dibattito pubblico promosso dal Dipartimento alle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nelle intenzioni delle organizzatrici, il workshop, dal titolo “Il linguaggio declinato secondo il genere – Dibattito e riflessione sull’utilizzo di un linguaggio non discriminatorio rispetto al genere”

… sarà un’occasione di dibattito e di confronto sull’uso corretto della lingua italiana nell’ottica di genere, analizzando i diversi punti di vista sul tema.  La società nella quale viviamo è in costante mutamento e il linguaggio che utilizziamo ha il potere di mettere l’accento sulle nuove realtà che nascono e si consolidano, mettendo in discussione pregiudizi, stereotipi e discriminazioni …

Il linguaggio di cui stiamo parlando non è solo quello colloquiale, nel quale si disquisisce se è meglio usare il termine “ministra” per indicare una carica istituzionale ricoperta da una donna.

E’ anche e soprattutto quello della pubblicità, che a partire dagli anni ’80 ci mostra figure femminili discinte nelle situazioni più improbabili, per reclamizzare qualunque tipo di prodotto, o peggio rimarca uno stereotipo familiare in cui solo e sempre la donna si occupa dei lavori domestici e della cura di bambini ed anziani. Interessante quanto ha dimostrato un piccolo test statistico realizzato dagli studenti della IIIB della scuola media paritaria Michele Rua di Barriera di Milano nell’«Indagine scolastica su opinioni (e pregiudizi)» per la quale è stata premiata al concorso nazionale «Facciamo statistica» dell’ISTAT:

Per il 40% degli under 14 a cui è stato chiesto chi debba fare i lavori in casa, la risposta è una sola: la donna. Un’idea contraddetta, nella pratica, dagli stessi ragazzi. Se si chiede loro come contribuiscono in casa, si notano pochissime differenze tra maschi e femmine.

Che dire poi dei media?, visto che non si è ancora spenta l’eco della polemica scatenata da Chi per l’articolo sul ministro Marianna Madia, ma neanche quanto successo in primavera, in occasione del giuramento al Quirinale del governo Renzi, in cui ha tenuto banco l’abbigliamento del ministro Maria Elena Boschi, o in estate con scatti leciti e illeciti. In proposito, qualcuno di voi ha provato a fare su Google una ricerca sul ministro Boschi? ecco cosa troverete!

Boschi Google

Lavorare sul linguaggio e sui media per cambiare la percezione della donna nella cultura e nella società è necessario, come meglio di me argomenta Luisa Betti, nel recente articolo “Il retrogusto amaro del gelato di Madia“, che condivido in toto.

E se qualcuno pensasse che esageriamo, potrebbe essere utile dare un’occhiata al rapporto annuale del World Economic Forum sul Gender Gap Index che misura la disparità delle condizioni uomo-donna e che delinea una classifica di quali siano i paesi in cui nascere donna sia più o meno svantaggioso. Perché, come spiega Giulia Camin in un articolo recente di commento dei dati, “preciso che si parla di svantaggi, più o meno marcati, semplicemente perché non esiste ad oggi un luogo nel mondo in cui il nascere donna provochi vantaggi da un punto di vista sociale o economico”. L’Italia si è classificata al 69° posto su 142 Paesi valutati, ultima in Europa.

Allo stesso tempo, la Francia è volata dal 45° al 16° posto, grazie all’ottimo lavoro svolto, negli ultimi 2 anni, dalla Ministra dei diritti delle donne. Perché sui diritti delle donne si può lavorare e la cultura del rispetto si può promuovere, partendo anche dal linguaggio.

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