Perché dobbiamo fare la scelta giusta sulle quote di genere

C’è stato un gran dibattito, nei giorni scorsi, fra chi sostiene la necessità di assicurare pari partecipazione e pari rappresentanza alle donne in politica come in economia. Ed è un dibattito che non riguarda solo l’Italia, come dimostra una mappa sulle donne in politica, sviluppata da UN Woman, i cui contenuti potete approfondire nell’articolo della 27°ora di Viviana Mazza.

Generalmente tutti si dicono d’accordo sul principio, ma non sono concordi sugli strumenti da adottare, o meno, per arrivarci.

Per alcuni, il progresso verso la parità di genere di deve costruire dal basso, attraverso infrastrutture che supportano la conciliazione famiglia-lavoro, sia governative che da parte dei datori di lavoro. E attraverso un ruolo attivo delle donne stesse, che si propongano per ruoli di leadership e che possano aprire le porte del potere alle prossime generazioni di donne.

Per altri, il cambiamento deve venire dall’alto, attraverso quote obbligatorie di donne nelle rappresentanze politiche o nei CDA delle aziende. Altrimenti il progresso di una leadership anche al femminile sarebbe troppo lento.

Saadia Zahidi, Senior Director, Head of Gender Parity and Human Capital di World Economic Forum ha pubblicato per l’8 marzo un autorevole articolo, di cui riporto tradotti alcuni passaggi, in cui sostiene non solo che servono entrambi gli strumenti, ma anche che il meccanismo delle quote deve essere adeguatamente disegnato perché possa essere efficace. E lo sostiene citando interessanti fonti di approfondimento, che vi ripropongo nei link:

Anche le quote hanno bisogno di tempo per essere implementate e mostrare risultati.

Così come accaduto nella capostipite Norvegia, anche in Italia la legge 120/2011 Golfo-Mosca sulle quote di genere nelle società quotate e nelle partecipate della pubblica amministrazione richiede almeno 2 mandati di rinnovo per portare al 30% la quota del genere meno rappresentato nei CDA. E come è successo in Norvegia, la necessità di trovare candidate in una cerchia estesa, rispetto ai “soliti noti”, ha migliorato il processo di selezione e la qualità dei board. Ed anche in Italia i primi frutti si stanno vedendo.

Le quote sono – e devono essere – un catalizzatore temporaneo.

In Danimarca, le quote di genere sono state introdotte volontariamente dai partiti politici nel 1970, per essere rimosse 20 anni dopo, quando la      rappresentanza politica femminile era diventata la norma.

Le quote di genere danno risultati enormi, spesso inaspettati.

Ad esempio le quote di genere applicate ai consigli di villaggio in India, a partire dal 1990, hanno fatto migliorare enormemente la qualità dell’allocazione delle risorse economiche rispetto al “bene comune”. Nel caso di quote di genere per i CDA i risultati sono più articolati, poiché nella media la diversità nei board ha prodotto migliori performance economiche, riportando tuttavia in alcuni casi in Norvegia anche effetti negativi sui risultati di breve periodo.

Le quote creano modelli di riferimento femminili.

In India, 20 anni dopo che le quote sono state introdotte, sono cambiate sostanzialmente le aspirazioni e le aspettative delle famiglie rispetto alle proprie figlie, cui viene assicurata migliore educazione scolastica.

Le quote devono essere adeguate agli specifici  contesti ed al problema che intendono indirizzare.

In generale potrebbe essere difficile raggiungere immediatamente il 50/50.

Le quote talvolta richiedono co-progettazione fra chi intende attuarle e i soggetti che le devono recepire.

Il percorso di approvazione della legge Golfo-Mosca, ben descritto dall’On. Lella Golfo nel libro “Ad Alta Quota”, ne è un esempio autorevole. La co-progettazione aiuta l’accettazione da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Talvolta lo stesso dibattito sulla necessità delle quote di genere comincia a cambiare gli atteggiamenti.

In UK, pur in assenza di quote di genere nei CDA, l’intenso dibattito ha fatto salire negli ultimi 3 anni dal 12,5% al 20,1% la percentuale di donne nei CDA delle aziende del FTSE100.

L’articolo termina argomentando che, pur introducendo alcune distorsioni in partenza, le quote si sono dimostrate lo strumento migliore per creare un campo di gioco equo nel lungo periodo. Esse aiutano a prendere consapevolezza e fissare un obiettivo, ed aiutano ad abbattere le barriere culturali.

Appare quindi che il dibattito sulla necessità o meno dell’uso delle quote stia diventando obsoleto e irrilevante. Secondo l’autrice, ed il mio modesto parere, dobbiamo cominciare a ragionare su come utilizzarle, ora che ne conosciamo meglio alcuni effetti e soprattutto abbiamo capito che sono tanto più efficaci quanto meglio sono disegnate.

Per questo è arrivato il momento di fare la cosa giusta, ed elaborare una legge elettorale che usi le quote di genere, in maniera intelligente.

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