Disuguaglianze di salute, qual è il futuro che vogliamo?

Il 18 maggio è una data che rimarrà nella nostra memoria, quella della ripartenza dopo il lockdown. Per me è stata la data in cui, dopo 3 mesi, sono tornata a Milano per lavoro …

Il giorno prima è stata un’altra giornata simbolica, quella dedicata al malato oncologico, che tradizionalmente si celebra il terzo fine settimana di maggio. Partiamo da qui e, come mia abitudine, partiamo da alcuni dati presentati proprio in questa occasione: secondo un sondaggio di IQVIA ripreso dai principali media[1], si stima che durante l’emergenza Covid-19 le diagnosi di cancro e le biopsie si siano dimezzate, che il 64% degli interventi chirurgici sia slittato e che il numero di visite a settimana siano diminuite del 57%.

Quali saranno le ripercussioni sulla salute dipende da così tanti fattori che è davvero ambizioso fare ora delle previsioni.

Quello che mi preme sottolineare oggi, però, è il rischio – o dovrei dire la certezza – che tali ripercussioni saranno diverse a seconda delle diverse condizioni socioeconomiche della popolazione.

Sono convinta che per orientare la governance politica e sanitaria dell’epidemia sia necessario partire dalla conoscenza dei meccanismi attraverso cui gli impatti del Covid e la posizione socioeconomica possono essere associati. Non sono certo la sola: è stato proprio questo, infatti, l’obiettivo dell’Health Inequalities Impact Assessment, analisi portata avanti dal Servizio di Epidemiologia dell’ASLTO3 (Regione Piemonte) per individuare i meccanismi potenzialmente generativi di disuguaglianze di salute legate all’emergenza Covid-19, per poterne valutare sia l’intensità (cioè quanto un effetto sia forte in una determinata fascia sociale rispetto al resto della popolazione) sia l’impatto (considerando la dimensione del gruppo sociale interessato da ciascun meccanismo). Vediamo, in breve, cosa è emerso.

Il rischio di contagio

Un primo aspetto considerato riguarda la maggiore esposizione al contagio nelle fasce di popolazione più svantaggiate – in termini di titolo di studio, reddito o classe occupazionale – legata, per esempio, a una minor conoscenza delle norme igieniche e di comportamento necessarie per ridurre il rischio, alla presenza di nuclei familiari più numerosi e alla residenza in zone spesso più inquinate, dove c’è anche maggiore probabilità di contatto con altre persone. O, ancora, alla impossibilità per gran parte delle classi operaie, degli addetti ai servizi pubblici e dei dipendenti dei servizi di vendita alimentare di ricorrere allo smart working.

Maggiore vulnerabilità

Le persone con meno risorse sono anche quelle più vulnerabili in caso di malattia. Pensiamo non solo agli strumenti per affrontare l’isolamento in ospedale o la quarantena a casa dopo la diagnosi di Covid-19 (la grandezza e la qualità degli spazi abitativi o il possesso di strumenti tecnologici per comunicare con l’esterno), ma anche alle differenze di accesso al sistema sanitario. Per esempio, si osserva una disuguale propensione al ricorso appropriato alle cure, dovuto ai diversi livelli di health literacy (termine che indica tutte quelle capacità e competenze per prendersi cura della propria salute, a partire dagli stili di vita). A questo si aggiunge, spesso, il ritardo nelle cure: coloro che vivono in aree remote o comunque distanti dagli ospedali hanno, infatti, maggiori difficoltà ad arrivare tempestivamente.

Covid e malati oncologici

E veniamo ora all’impatto di Covid-19 in ambito oncologico: a quanto ho già ricordato, si aggiungano anche gli impatti sulla prevenzione: arretrati degli screening per un totale di 1,2 milioni di mammografie, 1,1 milioni di Pap test (o Hpv Dna test) e circa 1,6 milioni di test per il tumore del colon-retto, secondo la stima del centro Nomisma. È fuor di dubbio che la popolazione più svantaggiata – sia più esposta e vulnerabile alle patologie, sia meno in grado di accedere alla sanità privata – ne risentirà di più.

Conseguenze del distanziamento sociale

Ovviamente c’è molto altro da considerare: la salute, infatti, non riguarda solo prevenzione, farmaci e vaccini, ma anche i cosiddetti determinanti sociali. La sospensione delle attività produttive ed economiche del Paese ha portato inevitabilmente a più disoccupazione e precarietà lavorativa, riduzione del reddito e aumento della percentuale di popolazione in povertà o a rischio di povertà. Questo si ripercuote sulla salute sia nel lungo periodo (aumento della mortalità) sia nell’immediato: pensiamo, per esempio, alla salute mentale e all’adozione di stili di vita nocivi. In una situazione di isolamento, inoltre, sono ancora più difficili da controllare episodi di violenza familiare, di cui si è registrato un significativo aumento.

La scuola e i servizi assistenziali

Anche la chiusura delle scuole e la scelta della didattica online hanno messo in luce importanti differenze e situazioni di svantaggio sociale. Non tutte le famiglie hanno le risorse necessarie per accedere alle lezioni online (mancanza di connessione o di strumenti per più figli) o le competenze per accompagnare i figli nello svolgimento dei compiti. Inoltre, la chiusura delle scuole ha significato anche la sospensione degli incontri tra pari e questo ha rappresentato una grave mancanza, in particolare per tutti quei bambini per i quali questo era l’unico modo per stare insieme. Non bisogna poi dimenticare la sospensione di una parte dei servizi sociosanitari e assistenziali portati avanti dal Terzo settore o dal mondo del volontariato. In termini pratici questo si traduce in interruzione della presa in carico di intere categorie di gruppi particolarmente vulnerabili e fragili (per esempio: i disabili, gli anziani non autosufficienti o con più patologie croniche, i tossicodipendenti, i senza fissa dimora, i migranti non in regola, i minori in affido) che potrebbero, quindi, pagare a prezzo ancora maggiore l’impatto della pandemia.

Intervenire per ridurre le disuguaglianze di salute

Da questa breve sintesi emerge una complessità difficilmente riducibile, a meno di considerare – fin dall’inizio – tutte queste determinanti di ineguaglianza nel ridisegno del nostro sistema sociosanitario che, inevitabilmente, seguirà alla fine dell’emergenza.

Una pandemia è un evento eccezionale, e Covid-19 prima o poi passerà come sono passate le altre. Dovremo lavorare in maniera veramente focalizzata perché ci lasci davvero una Fase 2. In cui a ripartire è un sistema sociosanitario più equo e moderno, in grado di garantire l’articolo 32 della nostra Costituzione, per cui la salute è un diritto fondamentale dell’individuo.

 

Photo by Jon Tyson on Unsplash

[1] Dati ripresi anche in questo articolo di La Repubblica del 14 maggio

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