Il cancro ai tempi della pandemia

Dopo la Cina, l’Italia: gli occhi del mondo sono stati puntati per circa un mese sul nostro Paese, prima che l’epidemia di Covid-19 si prendesse la scena anche in Europa e negli Usa. E l’Italia si è ritrovata, suo malgrado, a essere un laboratorio di sperimentazione. Non parlo delle terapie per il nuovo virus, ma della riorganizzazione forzata e in tempi rapidissimi di tutta la sanità e della gestione dei malati, compresi quelli di cancro. Una prova che ci ha colti impreparati per diverse ragioni, non ultima quella del de-potenziamento delle risorse, umane ed economiche, che conosciamo.

Avendola affrontata per primi, però, è a noi, ora, che i consessi dell’oncologia europea e statunitense guardano. Facciamo scuola, e le regole che si stanno dando tutti per cercare di non abbandonare a loro stessi i malati di tumore sono più o meno le nostre. A cominciare dalla Associazione italiana di Oncologia Medica (AIOM), infatti, le diverse società di oncologia internazionali hanno rapidamente dato indicazioni sulla cura del cancro durante la pandemia.

Istantanea in Italia

La situazione in Italia è questa: molti ospedali sono stati deputati unicamente all’emergenza dei pazienti Covid, e lo stesso vale per parte degli oncologici. Spazi e forze ridotti per i medici, quindi, che significa tempo e posti ridotti per i pazienti, controlli e trattamenti rimandati, comunicazioni più difficili e giocoforza via telefono o mail. Screening interrotti.

Da tempo, però, l’oncologia si stava riorganizzando in una rete “hub and spoke”, cioè in centri principali e specializzati collegati a centri periferici di secondo livello.

Questo ha permesso di designare velocemente gli ospedali interamente dedicati ai pazienti oncologici Covid-free (con un reparto e del personale riservati ai malati di cancro positivi al coronavirus), in cui far confluire i casi non differibili di tutti gli altri nosocomi della stessa Regione.

Per esempio, la Lombardia ha individuato due centri Comprehensive Cancer Care a Milano, uno pubblico e uno privato, insieme a diversi hub specializzati, come l’ospedale Besta, deputato agli interventi d’urgenza per i tumori cerebrali.

Nel concreto, le questioni da affrontare sono fondamentalmente due:

  1. come riuscire a trattare tutti i pazienti oncologici in una situazione di emergenza sanitaria
  2. come proteggere questi stessi pazienti, che sono più vulnerabili rispetto al resto della popolazione, dal rischio di contrarre la nuova infezione e di avere maggiori complicanze. Che gli ospedali siano luoghi di rischio è, infatti, un dato di fatto.

Garantire le cure

Per rispondere alla prima questione, sono stati definiti tre livelli priorità – come spiega su Twitter Giuseppe Curigliano dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, illustrando le indicazioni della Società europea di oncologia medica (Esmo).

High priority: gli interventi urgenti e tutti i casi – per esempio per chi ha un tumore metastatico – in cui il vantaggio di fare un trattamento supera il rischio di possibile infezione.

Medium priority: il paziente necessita di un trattamento salvavita, ma che può essere ragionevolmente rimandato di 4-6 settimane senza che questo comprometta le sue chance di sopravvivenza.

Low priority: le condizioni del paziente sono stabili e buone, e qualsiasi intervento medico può essere rimandato.

Se ci stiamo davvero riuscendo e quanti pazienti verranno lasciati indietro ce lo dirà solo il tempo.

Proteggere i pazienti

Per quanto riguarda la seconda questione, non ci sono ancora dati di qualità per dire qualcosa di sensato sui reali fattori di rischio e sull’andamento dell’infezione in questi pazienti.

Sottolineo “di qualità” perché il rischio – che si sta verificando – è che per la fretta di avere informazioni ci si ritrovi con una quantità di dati scadenti pubblicati anche su riviste scientifiche importanti, che ci portino poi a scelte errate.

Come diceva William Thomson Kelvin, lo scienziato che inventò molti strumenti di misura, se qualcosa non è misurabile, allora non possiamo conoscerla in modo soddisfacente, resta solo un’opinione.

Restiamo in Lombardia, che è la regione maggiormente colpita dal nuovo virus e nella quale sono concentrati i più grandi centri oncologici in Italia. Qui ci sono oltre 500 casi di cancro ogni 100 mila persone. AIOM Lombardia ha attivato un protocollo di studio per valutare l’incidenza e l’andamento della malattia Covid-19 nei pazienti oncologici proprio in questa regione che è la più colpita d’Italia. Per ora, leggendo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità aggiornati al 13 aprile, si nota che su un campione di oltre 18.600 pazienti deceduti e positivi al virus in Italia, il 16,4% aveva avuto un tumore nei precedenti 5 anni.

epicentro covid

Servono dati

Anche a livello mondiale, ovviamente, si sta lavorando a progetti di raccolta dati dei pazienti oncologici con SARS-Cov-2.

Sulla base di ampi studi si potrebbe capire, per esempio, se alcuni trattamenti vanno evitati in assoluto o se l’immunoterapia possa favorire complicazioni in caso di infezione.

Tra i vari progetti, sta partendo un grande studio multicentrico osservazionale che coinvolge numerosi centri italiani e internazionali e mira a creare un database mondiale dei pazienti con tumore toracico positivi a SARS-Cov-2.

Intanto, ovunque si punta a ridurre gli accessi inutili agli ospedali.

in Italia si è deciso di estendere la validità dei piani terapeutici in scadenza e si sta cercando di implementare la consegna dei farmaci orali a domicilio. Sempre l’Esmo, inoltre, dà indicazioni per rafforzare i servizi di telemedicina, ridurre le visite cliniche e passare alle terapie sottocutanee o orali, invece che endovenose, quando possibile.

Quella della telemedicina sarà una sfida centrale da molti punti di vista: tecnologico, organizzativo e, non in ultimo, per il rapporto medico-paziente, con ricadute sull’aspetto umano e psicologico dell’assistenza ai pazienti con tumore.

Come insegna Rita Charon, la “mamma” della medicina narrativa, ci sarà un momento in cui dovremo affrontare quella ferita morale che provoca il sapere quale sia la cosa giusta da fare, ma non essere nella condizione di farla. Un tempo per studiare, riunire le forze e costruire.

 

photo credits: epicentro, Fondazione Veronesi

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